FRATELLI  TUTTI                CAPITOLO SETTIMO

PERCORSI DI UN NUOVO INCONTRO

225. RIMARGINARE LE FERITE: COME FARE?  In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione.

  • RICOMINCIARE DALLA DIPLOMAZIA O DALLA…VERITÀ? Col tempo tutti siamo cambiati. Il dolore e le contrapposizioni ci hanno trasformato. Non c’è più spazio per diplomazie vuote, discorsi doppi, buone maniere che nascondono la realtà. Quanti si sono confrontati duramente si parlano a partire dalla verità, chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni. SOLO DALLA VERITÀ STORICA dei fatti potrà nascere lo sforzo di comprendersi e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti. La realtà è che «il processo di pace è un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre a una speranza comune, più forte della vendetta». Come hanno affermato i Vescovi del Congo «gli accordi di pace sulla carta non saranno sufficienti. Occorrerà andare più lontano, includendo la verità sulle origini di questa crisi ricorrente. Il popolo ha il diritto di sapere che cosa è successo».                                       
  • 227. SPEZZARE LE CATENE DELLA VIOLENZA: COME?   In effetti, «la VERITÀ è una compagna inseparabile della GIUSTIZIA e della MISERICORDIA. TUTT’E TRE UNITE, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate. La verità non deve condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. Ogni violenza è una ferita nella carne dell’umanità; La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. DOBBIAMO SPEZZARE QUESTA CATENA»
  • 228 – 232. SI PUÒ DIVENTARE ARTIGIANI DI…PACE: COME?  Il percorso verso la pace non richiede di omogeneizzare la società, ma ci permette di lavorare insieme. Di fronte a un determinato obiettivo condiviso, si potranno offrire diverse proposte tecniche, e lavorare per il bene comune. Occorre cercare di identificare bene i problemi che una società attraversa per accettare che esistano diversi modi di guardare le difficoltà e di risolverle. Il cammino verso una migliore convivenza chiede di riconoscere la possibilità che l’altro apporti una prospettiva legittima… qualcosa che si possa rivalutare, anche quando possa aver agito male. Infatti, «l’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé», promessa che lascia sempre UNO SPIRAGLIO DI SPERANZA.     LA VERA RICONCILIAZIONE si raggiunge formando una società basata sul servizio agli altri, più che sul desiderio di dominare;            basata sul condividere con altri ciò che si possiede,      una società in cui il valore di stare insieme come esseri umani è  più importante di qualsiasi gruppo minore».
  • LA SOCIETA’ COME UNA FAMIGLIA?                              «La nostra società vince quando ogni persona, ogni gruppo sociale, si sente veramente a casa. In una famiglia, i genitori, i nonni, i bambini sono di casa; nessuno è escluso. Se uno ha una difficoltà, anche quando “se l’è cercata”, gli altri vengono in suo aiuto, lo sostengono; il suo dolore è di tutti. Nelle famiglie, tutti contribuiscono al progetto comune, tutti lavorano per il bene comune, ma senza annullare l’individuo; al contrario, lo sostengono, lo promuovono. Litigano, ma…I litigi di famiglia dopo sono riconciliazioni. LE GIOIE E I DOLORI di ciascuno sono fatti propri da tutti. QUESTO È ESSERE FAMIGLIA!  Se potessimo riuscire a vedere l’avversario politico o il vicino di casa con gli stessi occhi con cui vediamo i bambini, le mogli, i mariti, i padri e le madri. CHE BELLO SAREBBE! .
  • 233 -235 UN’ATTENZIONE PARTICOLARE PER GLI ULTIMI ?! La promozione dell’amicizia sociale implica anche la ricerca di un rinnovato incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili    La pace «non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile di riconoscere e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, DEI NOSTRI FRATELLI, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione». Spesso gli ultimi della società sono stati offesi con generalizzazioni ingiuste. Se talvolta i più poveri e gli scartati reagiscono con atteggiamenti antisociali, è importante capire che in molti casi tali reazioni dipendono da una storia di disprezzo e di mancata inclusione sociale. I VESCOVI LATINOAMERICANI:  «Solo la vicinanza che ci rende amici ci permette di apprezzare  i valori dei poveri di oggi, i loro legittimi aneliti e IL LORO SPECIFICO MODO DI VIVERE LA FEDE. L’OPZIONE PER I POVERI DEVE PORTARCI ALL’AMICIZIA CON I POVERI». Quanti pretendono di portare la pace in una società non devono dimenticare che l’inequità e la mancanza di sviluppo umano integrale non permettono che si generi pace. In effetti, «SENZA UGUAGLIANZA DI OPPORTUNITÀ, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno UN TERRENO FERTILE CHE PRIMA O POI PROVOCHERÀ L’ESPLOSIONE. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine che possano assicurare illimitatamente la tranquillità». SE SI TRATTA DI RICOMINCIARE, SARÀ SEMPRE A PARTIRE DAGLI ULTIMI.
  1. PERDONARE SEGNO DI DEBOLEZZA Alcuni preferiscono non parlare di riconciliazione, perché ritengono che il conflitto, la violenza e le fratture fanno parte del funzionamento normale di una società. … ammettere il perdono equivale a cedere il proprio spazio perché altri dominino la situazione. Altri credono che la riconciliazione sia una cosa da deboli, che non sono capaci di un dialogo fino in fondo
  2. 237. 238. E GESU’ COSA PENSAVA AL RIGUARDO?  Il perdono e la riconciliazione sono temi di grande rilievo nel cristianesimo.  Mai Gesù Cristo ha invitato a fomentare la violenza o l’intolleranza. Egli stesso condannava apertamente l’uso della forza per imporsi agli altri: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26). Il Vangelo chiede di perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) e fa l’esempio del servo spietato, che era stato perdonato ma non è stato capace di perdonare gli altri (Mt 18,23ss)      Se leggiamo altri testi del Nuovo Testamento, possiamo notare che di fatto le prime comunità, immerse in un mondo pagano colmo di corruzione e di aberrazioni, vivevano un senso di pazienza, comprensione. Alcuni testi sono chiari al riguardo:si invita a riprendere gli avversari con dolcezza (2 Tm 2,25).        Si raccomanda «di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini» (Tt 3,2-3). Il libro degli Atti degli Apostoli afferma che i discepoli, perseguitati da alcune autorità, “godevano il favore di tutto il popolo” (2,47)
  3. 240. PERDONARE È RINUNCIARE ALLA PROPRIA IDENTITA?  Nel Vangelo  ci imbattiamo in un’espressione di Cristo che ci sorprende: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36). È importante situarla nel contesto del capitolo in cui è inserita. Lì è chiaro che il tema di cui si tratta è quello della fedeltà alla propria scelta, senza vergogna, benché ciò procuri contrarietà, e anche se le persone care si oppongono a tale scelta. Pertanto, tali parole non invitano a cercare conflitti, ma semplicemente a sopportare il conflitto inevitabile, San Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa «non intende condannare ogni e qualsiasi forma di conflittualità sociale: la Chiesa sa bene che nella storia i conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali insorgono inevitabilmente e che di fronte ad essi il cristiano deve spesso prender posizione con decisione e coerenza».[223]
  4. 241. E SE UN DELINQUENTE MI HA FATTO DEL MALE?  Non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale;  Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimerePerdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Se un delinquente ha fatto del male a me o a uno dei miei cari, nulla mi vieta di esigere giustizia e di adoperarmi affinché quella persona non mi danneggi di nuovo né faccia lo stesso contro altri. MI SPETTA FARLO, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede.
  5. 242. SI, MA CON QUALI INTENZIONI E MODALITÀ FARLO? Ciò che conta è non farlo per alimentare un’ira che fa male all’anima della persona e all’anima del nostro popolo, o per un bisogno malsano di distruggere l’altro scatenando una trafila di vendette. Non possiamo metterci d’accordo e unirci per vendicarci, per fare a chi è stato violento la stessa cosa che lui ha fatto a noi, per pianificare occasioni di ritorsione sotto forme apparentemente legali».Così non si guadagna nulla e alla lunga si perde tutto.
  6. 243. 244 E DOVE TROVARE LA FORZA? Certo, «non è un compito facile quello di superare l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciata dal conflitto. Si può realizzare soltanto superando il male con il bene (Rm 12,21) e coltivando quelle virtù che promuovono la riconciliazione, la solidarietà e la pace» In tal modo, «a chi la fa crescere dentro di sé, la bontà dona una coscienza tranquilla, una gioia profonda anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni. Persino di fronte alle offese subite, la bontà non è debolezza, ma vera forza, capace di rinunciare alla vendetta». Occorre riconoscere nella propria vita che «quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata,  quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio».      la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente. La lotta tra diversi settori, «quando si astenga dagli atti di inimicizia e odio vicendevole, si trasforma poco a poco in una onesta discussione, fondata. nella ricerca della giustizia».   SE IO VOGLIO PERDONARE MA…NON DIMENTICO?    Da chi ha sofferto molto in modo ingiusto e crudele, non si deve esigere una specie di “perdono sociale”. La riconciliazione è un fatto personale, e nessuno può imporla all’insieme di una società… Nell’ambito strettamente personale, con una decisione libera e generosa, qualcuno può rinunciare ad esigere un castigo benché la società e la sua giustizia legittimamente tendano ad esso. Non è possibile decretare una “riconciliazione generale”, pretendendo di chiudere le ferite per decreto o di coprire le ingiustizie con un manto di oblio. È commovente vedere la capacità di perdono di alcune persone che hanno saputo andare al di là del danno patito, ma è pure umano comprendere coloro che non possono farlo. In ogni caso, quello che mai si deve proporre è il DIMENTICARE.
  7. 247. DOBBIAMO DIMENTICARE LA… SHOAH? La Shoahnon va dimenticata. È il «simbolo di dove può arrivare la malvagità dell’uomo quando, fomentata da false ideologie, dimentica la dignità fondamentale di ogni persona, la quale merita rispetto assoluto qualunque sia il popolo a cui appartiene e la religione che professa». Nel ricordarla, non posso fare a meno di ripetere questa preghiera: «Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare, di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita. MAI PIÙ, SIGNORE, MAI PIÙ!».
  8. 248. E I  BOMBARDAMENTI  ATOMICI?                        Non vanno dimenticati i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki. Ancora una volta «faccio memoria qui di tutte le vittime e mi inchino davanti alla forza e alla dignità di coloro che, essendo sopravvissuti a quei primi momenti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute e, nelle loro menti, i germi della morte che hanno continuato a consumare la loro energia vitale. Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno».    E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, e i massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e altri fatti storici che CI FANNO VERGOGNARE DI ESSERE UMANI. VANNO RICORDATI SEMPRE, SENZA STANCARCI. È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e bisogna guardare avanti. NO, PER AMOR DI DIO!  Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere «la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde», che «risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione».Ne hanno bisogno le vittime stesse per non cedere alla logica che porta a giustificare la rappresaglia  in nome del grande male subito. Per questo, non mi riferisco solo alla memoria degli orrori, ma anche al ricordo di quanti, in mezzo a un contesto avvelenato e corrotto, sono stati capaci di recuperare la dignità e con piccoli o grandi gesti hanno scelto la solidarietà, il perdono, la fraternità. Fa molto bene fare memoria del bene.

250.- 253. PERDONO SENZA DIMENTICANZE?  Il perdono non implica il dimenticare. Diciamo piuttosto che quando c’è qualcosa che in nessun modo può essere negato, relativizzato o dissimulato, tuttavia, POSSIAMO PERDONARE. Quando c’è qualcosa che mai dev’essere tollerato, giustificato o scusato, tuttavia, POSSIAMO PERDONARE. Quando c’è qualcosa che per nessuna ragione dobbiamo permetterci di dimenticare, tuttavia, POSSIAMO PERDONARE. Il perdono libero e sincero è una grandezza che riflette l’immensità del perdono divino. Se il perdono è gratuito, allora si può perdonare anche a chi stenta a pentirsi ed è incapace di chiedere perdono. Quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. Spezzano il circolo vizioso, frenano l’avanzare delle forze della distruzione. Decidono di non continuare a inoculare nella società l’energia della vendetta, che prima o poi finisce per ricadere ancora una volta su loro stessi. Ci sono crimini così orrendi e crudeli, che far soffrire chi li ha commessi non serve; e nemmeno basterebbe uccidere il criminale, né si potrebbero trovare torture equiparabili a ciò che ha potuto soffrire la vittima. La vendetta non risolve nulla.   

 254: COSA POSSIAMO E DOBBIAMO CHIEDERE A DIO?  Chiedo a Dio «di preparare i nostri cuori all’incontro con i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione; di ungere tutto il nostro essere con l’olio della sua misericordia che guarisce le ferite degli errori, delle incomprensioni, delle controversie; la grazia di inviarci con umiltà e mitezza nei sentieri impegnativi ma fecondi della ricerca della pace».

255 – 263  LA GUERRA E LA PENA DI MORTE: CHE DIRE?  Ci sono due situazioni estreme che possono arrivare a presentarsi come soluzioni in circostanze particolarmente drammatiche, senza avvisare che sono false risposte, che non risolvono i problemi che pretendono di superare e che non fanno che aggiungere nuovi fattori di distruzione nel tessuto della società nazionale e mondiale.                                                                                           A) L’INGIUSTIZIA DELLA GUERRA    c’è chi cerca soluzioni nella guerra, che spesso «si nutre di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della diversità vista come ostacolo». La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti…ricordo che «la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioniVoglio rilevare che i 75 anni delle Nazioni Unite e l’esperienza dei primi 20 anni di questo millennio mostrano che la piena applicazione delle norme internazionali è realmente efficace, e che il loro mancato adempimento è nocivo. La Carta delle Nazioni Unite, rispettata e applicata con trasparenza, è un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e un veicolo di pace. Ma ciò esige di non mascherare intenzioni illegittime e di non porre gli interessi particolari di un Paese o di un gruppo al di sopra del bene comune mondiale. Se la norma viene considerata uno strumento a cui ricorrere quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si scatenano forze incontrollabili che danneggiano gravemente le società, i più deboli, la fraternità, l’ambiente e i beni culturali, con perdite irrecuperabili per la comunità globale. È così che facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune «rigorose condizioni di legittimità morale». Tuttavia si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano «mali e disordini più gravi del male da eliminare». La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, «mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene». NON POSSIAMO PIÙ PENSARE ALLA GUERRA COME SOLUZIONE, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, OGGI È MOLTO DIFFICILE SOSTENERE i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “GUERRA GIUSTA”. MAI PIÙ LA GUERRA! Nel nostro mondo ormai non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale. Come diceva San Giovanni XXIII, «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia».  Rafforzò la convinzione che le ragioni della pace sono più forti di ogni calcolo di interessi particolari e di ogni fiducia posta nell’uso delle armi. OGNI GUERRA LASCIA IL MONDO PEGGIORE DI COME LO HA TROVATO. LA GUERRA è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come “danni collaterali”. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia. Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace.   Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio….La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza,  sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. In tale contesto, l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa un imperativo morale e umanitario. E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un fondo mondiale per ELIMINARE FINALMENTE LA FAME e per lo sviluppo dei paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e NON SIANO COSTRETTI AD ABBANDONARE I LORO PAESI PER CERCARE UNA VITA PIÙ DIGNITOSA.

  1. B) E LA PENA DI MORTE? 264 – C’è un altro modo di eliminare l’altro, non destinato ai Paesi ma alle persone. È la pena di morte.  Nel Nuovo Testamento, mentre si chiede ai singoli di non farsi giustizia da sé stessi (Rm 12,17), si riconosce la necessità che le autorità impongano pene a coloro che fanno il male… In effetti, «la vita in comune,  ha bisogno di regole di convivenza la cui libera violazione richiede una risposta adeguata». Ciò comporta che l’autorità pubblica legittima possa e debba «comminare pene proporzionate alla gravità dei delitti»      265. Fin dai primi secoli della Chiesa, alcuni si mostrarono chiaramente contrari alla pena capitale. Ad esempio, LATTANZIO sosteneva che «non va fatta alcuna distinzione: sempre sarà un crimine uccidere un uomo». PAPA NICOLA I esortava: «Sforzatevi di liberare dalla pena di morte non solo ciascuno degli innocenti, ma anche tutti i colpevoli». In occasione del giudizio contro alcuni omicidi che avevano assassinato dei sacerdoti, SANT’AGOSTINO chiese al giudice di non togliere la vita agli assassini: «…desideriamo che allo scopo basti che, lasciandoli in vita e senza mutilarli in alcuna parte del corpo, applicando le leggi repressive siano distolti dalla loro insana agitazione per esser ricondotti a una vita sana e, tranquilla, che, sottratti alle loro opere malvage, siano occupati in qualche lavoro utile. Anche questa è una condanna, ma chi non capirebbe che si tratta più di un benefizio che di un supplizio, dal momento che non è lasciato campo libero all’audacia della ferocia né si sottrae la medicina del pentimento? Sdegnati contro l’iniquità in modo però da non dimenticare l’umanità;                                                  266. Oggi, «tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge. […] C’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste». Ciò ha reso particolarmente rischiosa l’abitudine sempre più presente in alcuni Paesi di ricorrere a carcerazioni preventive, a reclusioni senza giudizio e specialmente alla pena di morte.   Desidero sottolineare che «è impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone».             268. 269.  QUALI I MOTIVI CONTRARI ALLA PENA DI MORTE?     «Gli argomenti contrari alla pena di morte sono molti e ben conosciuti. La Chiesa ne ha opportunamente sottolineato alcuni, come la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziario, e l’uso che di tale pena fanno i regimi totalitari e dittatoriali, che la                                                    utilizzano come strumento di soppressione della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e culturali, tutte vittime che per le loro rispettive legislazioni sono “delinquenti”.   Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte,  ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con L’ERGASTOLO:  è una pena di morte nascosta».             269. 270 Ricordiamo che «neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante». Il fermo rifiuto della pena di morte mostra fino a che punto è possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo. Poiché, se non lo nego al peggiore dei criminali, non lo negherò a nessuno, darò a tutti la possibilità di condividere con me questo pianeta.   I cristiani si sentono tentati di cedere a qualsiasi forma di violenza, li invito a ricordare l’annuncio di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (2,4). Per noi questa profezia prende carne in Gesù Cristo, che di fronte a un discepolo eccitato dalla violenza disse con fermezza: «RIMETTI LA TUA SPADA AL SUO POSTO, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Era un’eco di quell’antico ammonimento: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso» (Gen 9,5-6). QUESTA REAZIONE DI GESÙ, che uscì spontanea dal suo cuore, supera la distanza dei secoli e giunge fino a oggi come un costante richiamo.
  2. CONSONANZE   ORIONINE

 PADRE  E MADRE DEI POVERI  – A COMINCIARE DA QUELLI DI CASA : 25.MO DI SACERDOZIO… E allora il chierico Don Camillo Secco ora è suddiacono -che fa da infermiere, e che è forte assai, alzò il caro malato diritto sul letto, e abbiamo cambiato tutto, e il letto e il malato, e così mentre gli altri pranzavano, con dell’acqua tiepida io lo lavavo e pulivo, facendo, col nostro caro Viano, quegli uffici umili sì, ma santi, che una madre fa con i suoi bambini.  Ho guardato in quel momento il chierico Camillo, ed ho visto che piangeva. Ci eravamo chiusi in infermeria, perchè nessuno entrasse, e fuori picchiavano con insistenza che andassi giù a pranzo; ma io pensavo che meglio assai era compiere, con amore di Dio e umiltà, quell’opera santa, e veramente di Dio; e dicevo tra me: -Oh molto meglio questo che tutte le prediche che ho fatto! Ora vedo che veramente Gesù mi ama, se mi dà modo di purificare la mia vita e di santificare cosi questo XXV anniversario di mio Sacerdozio. E sentivo che mai avevo più sublimemente né più santamente servito a Dio nel mio prossimo, come in quel momento, ben più grande che tutte le opere fatte nei 25 anni di ministero sacerdotale. E Deo gratias! E Deo gratias!  Così noi ci amiamo!

Cari Amici, che ve ne pare di questi temi così impegnativi?   Vogliamo parlarne un pò tra noi?

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donalesiani@gmail.comwww.donvincenzoalesiani.it

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